COSA SONO GLI E-SPORT E IL PERCHÈ DEL LORO SUCCESSO

Trovare la vocale “E” precedere vocaboli di uso comune come nel caso di “e-commerce”, “e-learning”, “e-book” e appunto “e-sport” è una consuetudine dei giorni nostri. Molti, pur afferrandone il significato, non sanno che quella E viene dall’inglese e sta per “electronic”. Da qui viene facile intuire che gli e-sport sono gli sport elettronici, ovvero tutto l’insieme delle competizioni che hanno ad oggetto videogiochi a livello competitivo organizzato e professionistico. Questo mondo cresce esponenzialmente giorno dopo giorno, sono sempre di più gli investitori che fiutando profitti investono i propri capitali puntando su giovani talenti in grado di portare risultati. Stanno aumentando sempre di più le ORG private di esport nate proprio con lo scopo di accrescere la loro immagine e riuscire ad affermarsi in questo mondo, tanto da stipendiare i propri tesserati, giovani videogiocatori che dall’età di 13/14 anni percepiscono salari di tutto rispetto con l’unico obbligo di giocare al videogioco sul quale si sono distinti per la loro particolare bravura.                               

L’esplosione è recente, fino a 5 anni fa in Italia le competizioni ufficiali si contavano sulle dita di una mano, oltre ai tornei di fiere di paese e a quelli organizzati nei centri commerciali da qualche negozio di elettronica c’era veramente poco altro. Pensare che in un lasso di tempo così breve si è passati dallo scenario appena descritto ad un panorama attuale caratterizzato da sale LAN attrezzate, mastodontici impianti appositamente allestiti, gaming house messe a disposizione dalle ORG dotate di potenti connessioni con monitor, computer ed attrezzature di ultima generazione interamente dedicate al proprio roaster di videogiocatori. Per non parlare di tutte le figure professionali che orbitano attorno all’esport, partendo dai tecnici fino ad arrivare a chi si prende cura della salute mentale del player e ne cura la concentrazione e la gestione dell’ansia da prestazione.                                                                                                                       

Focalizzando l’attenzione su come avviene la trasmissione degli eventi, se prima questa avveniva esclusivamente tramite le piattaforme su cui i videogiochi sono nati e cresciuti (prima YouTube poi Twitch), negli ultimi due anni in particolare si sono accesi anche i riflettori del piccolo schermo. In Italia è stata trasmessa in diretta la finale della Fifa eWorld Cup da Fox Sport Italia, così come Sky ha mandato in onda le F1 esport series e la Moto GP esport commentata dal noto Guido Meda e dallo Youtuber Favij.                      

Sono aumentati gli sponsor, brand di fama internazionale fanno a gara per siglare accordi commerciali e partnership con le multigaming che vantano gli atleti più performanti. Per citare giusto qualche collaborazione con team di esport italiani, i Mkers sono brandizzati Armani e un loro player è stato fino a qualche mese fa l’unica figura esport in Italia a rappresentare RedBull, gli Exeed vantano una partnership con Adidas, i T7K con Kappa e i QLASH con NowTV, mentre a livello internazionale i Fnatic sulle loro divise ufficiali possono sfoggiare il logo BMW.                                       

Sullo sfondo c’è una crescita dei numeri a dir poco spaventosa: salgono i follower, le trasmissioni live registrano picchi di spettatori a 6 cifre, il giro d’affari è da capogiro. Come quasi per tutto, il “movente” è quello economico, gli introiti e il volume d’utenza che molti videogiochi hanno raggiunto negli anni, ha permesso alle case sviluppatrici di videogiochi di mettere in palio montepremi (prize pool in gergo) altisonanti che fanno gola agli appassionati videogiocatori che incentivati dalla prospettiva dello “stardom” e mossi dalla competitività (spesso insana) insita nel mondo dello sport, dedicano ore ad intensi allenamenti finalizzati a qualificarsi per questi esclusivi eventi. Sono in milioni a provarci ma gli spot a disposizione sono pochissimi e solo i migliori riescono. Per dare un’idea a chi non è avvezzo al mondo dei videogiochi e non ha contezza di ciò di cui si sta parlando, l’ultimo vincitore della World Cup di Fortnite (popolarissimo titolo della Epic Games che ha avuto il suo boom nel 2018) si è portato a casa aggiudicandosi il primo posto ben 3 Milioni di euro. Si, avete capito bene verrebbe da dire per rendere il tutto abbastanza televisivo ma forse resterete ancor più sorpresi a sapere che Bugha (è questo il nickname col quale si è fatto conoscere ai suoi fan) aveva solo 16 anni. D’altronde quando la tua società arriva a fatturare 372,2 milioni di dollari al mese non dev’essere sicuramente un problema calendarizzare competizioni settimanali a premi, soprattutto con 78 milioni di utenti attualmente attivi. Detto della Epic Games, le altre case di videogiochi non stanno sicuramente a guardare, l’Electronic Arts, società produttrice del giocatissimo titolo FIFA ha consegnato al tedesco “MoAuba” un assegno da 250 mila dollari per la vittoria della Fifa eWorld Cup nel 2019, ma sono veramente tanti i giochi in cui il competitivo fa registrare un seguito e un interesse con numeri significativi.                                                         

Guardando allo scenario italiano anche qui la crescita è vertiginosa, ultimo successo in ordine cronologico da parte di team italiani è quello dei Mkers che grazie ai suoi due player “Prinsipe” e “Oliboli” si sono laureati campioni del mondiale per club di Fifa 21. Soffermandoci su FIFA, anche le squadre di club della nostra Serie A hanno aperto gli occhi sull’ascesa degli esport, tant’è che la maggior parte dei club (chi prima chi dopo) ha ingaggiato una serie di videogiocatori professionisti per farsi rappresentare nei principali major nazionali e internazionali. Proprio il mese scorso è partita la cosiddetta “E-SerieA”, una competizione a cui hanno preso parte tutte le attuali componenti del nostro campionato di calcio che si stanno sfidando a colpi di “bridge” e skill varie su FIFA 21. A margine di quanto raccontato è evidente che il successo dell’e-sport è anche figlio di una cultura e di una considerazione dei videogiochi che sta gradualmente cambiando grazie alla scoperta del business redditizio che vi sta dietro. Se fino a qualche anno fa un ragazzino che passava la maggior parte del proprio tempo giocando ai videogiochi veniva comunemente considerato uno “sfigato”, l’andazzo oggi è quello che porterà anche da un punto di vista fiscale alla nascita di una nuova categoria di contribuenti, quella dei “videogiocatori professionisti”. A quel punto quello che è già per molti un lavoro a tutti gli effetti, lo diventerà ufficialmente e con tutti i crismi.

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